I bambini piccoli sono più soggetti a sviluppare sintomi da questa infezione provocata da un parassita. Uno studio conferma la sicurezza in Italia per donatori e riceventi di emocomponenti

Si chiama malattia di Chagas. È un’infezione che viene provocata da un parassita (Trypanosoma cruzi) trasmesso dalla puntura di una specie particolare di cimice. Ha un’incubazione di una o due settimane ed è caratterizzata da una fase acuta e una cronica.

Rispetto agli adulti sono i bambini piccoli ad avere maggiori probabilità di sviluppare sintomi come:

  • Febbre
  • Edema (aumento importante del liquido all’interno tessuti come il tessuto sottocutaneo o di quello contenuto in cavità come la cavità polmonare);
  • Malessere;
  • Ingrossamento dei linfonodi;
  • Aumento di volume del fegato e della milza 

La diagnosi può essere effettuata nel corso dei primi 3 mesi di vita visualizzando i parassiti al microscopio o attraverso indagini molecolari (PCR). Se la malattia non è stata scoperta in precedenza, la ricerca degli anticorpi deve essere eseguita dopo i 9 mesi di età. La terapia prevede una serie di soluzioni:

  • Trattamento antiparassitario, per ridurre o eliminare il numero di parassiti circolanti;
  • Trattamento sintomatico, per tenere sotto controllo i sintomi della malattia.

Il trattamento antiparassitario non garantisce la guarigione (cioè la completa eliminazione del parassita), specialmente nei pazienti con infezione cronica. La procedura è, infatti, raccomandata per le persone in fase acuta e per i neonati con infezione congenita. Può essere efficace anche per evitare la riattivazione della malattia (per esempio, in condizioni di immunosoppressione) e per i pazienti in fase cronica precoce.

Il trattamento sintomatico, invece, dipende dai sintomi specifici e può aiutare le persone con manifestazioni cardiache o intestinali causate dalla malattia.

La trasmissione può avvenire attraverso il passaggio del parassita da una donna incinta al bambino, il consumo di cibo crudo contaminato, il trapianto di organi o le trasfusioni. Proprio per fare chiarezza su quest’ultimo fattore di rischio, è stato da poco pubblicato uno studio condotto dal Centro nazionale sangue basato sui dati del nostro Paese: l’indagine ha permesso di comparare le informazioni relative ai donatori italiani così da garantire la massima sicurezza in termini di qualità degli emocomponenti.

Lo studio ha analizzato i dati relativi alle misure di prevenzione per la malattia di Chagas raccolte nel biennio 2020-2021: su 24.269 donatori sottoposti a test, solo 15 sono risultati positivi (0,4 donatori su 100.000), con un tasso di positività inferiore rispetto a quello dei donatori positivi (72 su 100.000) alle infezioni trasmissibili con la trasfusione (HIV, HBV, HCV e T. pallidum), testati nello stesso periodo.

Dalla ricerca emerge quindi che nel nostro Paese il rischio di infezione per via trasfusionale è estremamente basso, una conclusione confermata anche dall’assenza di casi di trasmissione documentati.

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