Vaccino anti-Covid, gli anticorpi restano nel sangue dopo 6 mesi

Lo conferma uno studio condotto sul personale dell’ospedale Niguarda di Milano. Oltre 2mila i partecipanti alla ricerca “Renaissance”

Articolo di AVIS Nazionale – 30/09/2021

Una volta completato il ciclo vaccinale contro il Covid, gli anticorpi restano nel sangue fino a sei mesi dopo. È quanto emerge dallo studio “Reinassance” che ha come obbiettivo quello di valutare la risposta immunitaria alle somministrazioni in un periodo che oscilla tra i 14 giorni e un anno. 

La ricerca è stata condotta su 2.179 operatori dell’ospedale Niguarda di Milano ed è la prima di questo tipo nel nostro Paese e tra le più ampie, in termini di casistica, in tutta Europa. Tutte le persone coinvolte hanno ultimato il ciclo di somministrazioni con Comirnaty di Pfizer/BioNTech tra gennaio e febbraio 2021. Come ha spiegato il direttore del laboratorio di Analisi Chimiche e Microbiologia, il dottor Francesco Scaglione, «con le prime due analisi, cioè dopo 14 giorni e 3 mesi dalla vaccinazione, avevamo osservato una risposta anticorpale in circa il 99% dei vaccinati». 

Gli studi sierologici a distanza di 6 mesi hanno confermato che nella stessa percentuale di vaccinati, cioè il 99%, vi è una buona presenza di anticorpi in circolo. Tra i pochi (1%) che invece non mostrano una risposta rilevabile, alcuni fin dall’inizio, ci sono anche soggetti con condizione clinica di immunodepressione. Nell’arco di questi sei mesi il titolo anticorpale medio è sceso. In particolare, la curva di riduzione è stata più netta e veloce nei primi 3 mesi (tra i 14 giorni e i 3 mesi il calo è stato di circa il 70%) e più lenta e graduale nel periodo successivo (circa il 45%).

studio niguardaL’86% del campione studiato, a 6 mesi, ha mostrato un titolo inferiore a 1.000 BAU (le unità di anticorpi leganti), il 6% un titolo tra 1.000 e 1.500 BAU, un 3% tra 1.500 e 2.000 BAU e un 4% un titolo superiore a 2.000 BAU. L’1% invece non ha fornito una risposta anticorpale rilevabile. «È importante sottolineare che il 4% della nostra popolazione ha ancora titoli altissimi, superiori a 2000 BAU – prosegue Scaglione – il 51% di questi aveva una storia di COVID-19 prima della vaccinazione, mentre il 45% non è mai entrato in contatto con il virus». Ma c’è di più.

Lo studio è servito anche per ribadire quanto la vaccinazione sia determinante per contenere i contagi: «Soltanto 10 operatori sanitari (su 2.179, ndr) – sottolinea – hanno contratto l’infezione e, soprattutto, 9 su 10 in maniera asintomatica o paucisintomatica e solo uno in maniera sintomatica. Tra l’altro in questo caso si trattava di uno dei soggetti fragili che non aveva inizialmente risposto alla vaccinazione». Dietro a questi risultati, ci sarebbe il ruolo dei linfociti T, le cosiddette “cellule sentinella” che, anche in presenza di un numero ridotto di IgG, una volta a contatto con il virus, genererebbero la risposta efficace e rapida in grado di fornire una protezione duratura contro il Covid grazie alla “memoria immunitaria”.

«Questa ricerca – conclude Scaglione – oltre a stimolarci per approfondire ulteriormente la dinamica della risposta immunitaria, ci conferma che la migliore arma contro la diffusione del virus è la più ampia vaccinazione possibile».