18 Nov

Torna in pista Ambrosia, che vende trasfusioni di plasma giovane per clienti che non vogliono invecchiare.

Un caso che spiega i rischi della commercializzazione

Di GIANCARLOLIV Da Buonsangue.net

Vi ricordate Ambrosia, la start- up californiana nata per vendere trasfusioni di plasma proveniente da persone d’età compresa tra i 16 e i 25 anni, allo scopo di “ringiovanire” gli acquirenti del trattamento? Su Buonsangue ne avevamo parlato negli anni scorsi, prima per raccontare la sua esistenza, e poi per fotografare gli utilizzi prepotentemente commerciali – e dal nostro punto di vista evitabili – di una risorsa biologica importantissima per produrre farmaci salvavita decisivi per la salute dei pazienti. Ora, dopo un periodo di sospensione del servizio, Ambrosia è tornata a funzionare. Ma cosa è accaduto?

A inizio del 2019, la società americana aveva deciso di interrompere la fornitura del trattamento, in seguito a un annuncio della Food and Drugs Administration, l’istituzione statunitense che si occupa di vigilare sulla salute dei consumatori e di licenziare cosmetici e farmaci; annuncio che sconsigliava vivamente i cittadini americani di acquistare il prodotto offerto da Ambrosia, perché assolutamente inconsistente dal punto di vista dei benefici reali.

Di recente, il nuovo inizio.

Jesse Karmazin, il Ceo e amministratore delegato di Ambrosia, è tornato alla carica, dichiarando in un’intervista al network OneZero che la sua società tornerà a far tornare giovani i propri clienti. In realtà, nei mesi di apparente stop dovuto all’intervento della FDA che smentiva qualsiasi beneficio comprovato scientificamente delle trasfusioni di plasma giovane, Karmazin aveva fondato una seconda società, la Ivy Plasma, che offriva la stessa tipologia di prodotto senza specificare che il plasma in vendita proveniva da persone di età compresa tra 16 e 25 anni.

Il nuovo tariffario di Ambrosia, che come ha specificato lo stesso Karmazin “ha un nome e servizi che piacciono molto al pubblico”, prevede una spesa di ottomila dollari per le trasfusioni di un litro e dodicimila dollari per le trasfusione da due litri, servizi destinati a clienti da trenta a novant’anni fiduciosi di poter così ringiovanire il proprio organismo o quantomeno ritardare l’invecchiamento.

Aldilà del caso di attualità e del grado di impostura contenuto nel servizio venduto da Ambrosia, tuttavia, la notizia è un ottimo esempio per far capire quali possono essere i rischi di uno sdoganamento delle donazioni di plasma retribuite, e di liberare la raccolta della materia biologica da vincoli di natura etica che in Europa resistono ancora e che, per esempio in USA, sono già assenti da tempo.

Il plasma del resto è un business in grande crescita, così come spiegano le ricerche di settore, e nei prossimi anni il giro d’affari mondiale del plasma supererà i 21 miliardi di dollari. Pensare all’utilizzo industrializzato di donatori giovani da arruolare nelle zone più depresse del paese affinché il loro plasma finisca nelle vene di adulti abbienti che vogliono ringiovanire, di certo non rientrerebbe nel codice del dono non remunerato discusso di recente a Roma durante il convegno internazionale voluto da Fiods come pietra miliare del confronto internazionale in vista della prossima giornata mondiale del donatore.

Una commercializzazione aperta del plasma al consumatore, romperebbe ogni forma di controllo e abolirebbe l’articolo principale della convenzione di Oviedo secondo cui non è pensabile trarre profitto da componenti del corpo umano. Per non parlare dei rischi sulla sicurezza di moltissime persone soggette a trasfusioni difficilmente controllabili. In Italia siamo al riparo da esperienze di questo genere, ma è sempre meglio tenere gli occhi aperti.